La Serie A, per Renato Montagnolo, non è un punto di partenza. È una tappa. Per arrivarci ci sono stati anni di studio, settori giovanili, analisi tattiche, panchine nei dilettanti e un incontro destinato a cambiare la sua carriera: quello con Massimiliano Alvini. Oggi, a 36 anni, Montagnolo è al suo fianco al Frosinone, in un rapporto professionale che dura da undici anni e che ha attraversato praticamente tutto il calcio italiano. Ma la sua storia, prima ancora che da una panchina di Serie A, parte da Prato.
«Prato per me è origine e formazione». I genitori di Montagnolo arrivano da Catanzaro e a Prato costruiscono la loro famiglia. «Non avevano niente e qui hanno costruito una famiglia e un futuro. Lo hanno fatto lavorando, facendo sacrifici, mettendo da parte la felicità del momento per costruire qualcosa di più stabile». È questa l’immagine di Prato che Montagnolo porta con sé. «È il simbolo di chi lavora duro, magari in fabbrica per 12 o 14 ore al giorno, con l’obiettivo di dare ai propri figli un futuro più solido».
Poi c’è la sua storia personale: le strade della città, gli amici, gli errori, il matrimonio, la nascita della figlia. «A Prato è nata mia figlia. Ci sono pezzi fondamentali della mia vita legati a questa città». Una città che, oltre alla famiglia, gli ha dato anche il primo campo da gioco per costruire il proprio futuro.
Prima del professionismo c’è la gavetta. Montagnolo lavora nei settori giovanili dilettantistici, anche al Jolly Montemurlo, ma intanto studia e cerca un modo per trasformare la sua passione in un mestiere. Crea un sito internet dove pubblica analisi tattiche e lavori di video analisi. Oggi è una pratica diffusa; allora, oltre dieci anni fa, era molto meno comune. «Quel sito rappresentava per me un modo per costruire un percorso che potesse portarmi nel calcio professionistico». Quei lavori arrivano a Massimiliano Alvini. L’allenatore li trova interessanti, nasce la conoscenza e comincia una collaborazione che dura ancora oggi. «Sono stato fortunato perché mister Alvini ha trovato interessanti alcuni dei miei lavori e, grazie alla sua curiosità, ci siamo conosciuti».Da AlbinoLeffe a Reggiana, Perugia, Cremonese, Spezia, Cosenza e Frosinone. In mezzo ci sono promozioni, difficoltà e la Serie A.Dopo undici anni, Montagnolo conosce bene Alvini. Ma continua ad apprezzarne soprattutto una caratteristica: «La sua capacità di coinvolgere le persone nuove che incontriamo nel nostro percorso e di trasmettere loro energia e convinzione».
Nel suo percorso c’è anche molto studio: due lauree, articoli sulle riviste tecniche, libri sul calcio. Per Montagnolo, però, la formazione non finisce con il raggiungimento del professionismo. «Il calcio è un’evoluzione continua». Cambiano i giocatori, gli allenatori, le caratteristiche atletiche e il modo di interpretare le partite. Per questo bisogna continuare a studiare. «Non puoi pensare di vivere di rendita sulle conoscenze che hai acquisito qualche anno prima».Guardare partite, analizzarle, confrontarsi, cercare soluzioni nuove. È questa la strada.«Nel calcio, se smetti di avere curiosità, secondo me inizi anche a smettere di crescere».
La risposta più sorprendente arriva quando gli viene chiesto quale sia il ricordo più bello di tanti anni di calcio.Non sceglie una partita di Serie A. Non una promozione.Pensa ai suoi primi ragazzi.Quelli della Pietà del 2000, della Galcianese del ’97 e del ’98, del Lanciotto del ’99 e della Juniores del Jolly Montemurlo.«Risentire alcuni dei miei ragazzi della Juniores, che nel frattempo sono diventati uomini, mi fa un enorme piacere».Qualcuno è tornato a vedere le sue squadre, qualcuno è ricomparso dopo anni. E ogni volta tornano gli aneddoti di quando erano bambini.«Rivedere quei ragazzi e rendersi conto che oggi sono uomini».È una soddisfazione diversa da una vittoria.«La possibilità di aver condiviso con loro una piccola parte del loro percorso. È qualcosa che va oltre il calcio».
C’è un altro elemento che rende particolare il rapporto di Montagnolo con la sua città: il Prato. Non lo racconta soltanto da professionista del calcio. Lo racconta da tifoso. «Io sono tifoso del Prato, sono stato in curva e quindi so cosa significa vivere il calcio da quel punto di vista».Per questo le immagini della squadra seguita dai propri tifosi hanno per lui un significato particolare. «Dopo tanti anni vedere di nuovo quella passione, quella partecipazione e quella gente seguire la squadra in Serie D è qualcosa di bellissimo».Il legame con i biancazzurri non è quindi quello di chi guarda da lontano una squadra della propria città. Montagnolo quella curva l’ha vissuta.E oggi, anche da professionista, continua a sentirla sua.
«Ai ragazzi di Prato dico: amate i sacrifici»Se c’è una lezione che Montagnolo sente di poter trasmettere a un ragazzo che sogna il professionismo, arriva direttamente dalla sua storia. «Gli direi di imparare ad amare i sacrifici».Il caldo degli allenamenti estivi, la fatica, la sofferenza, i periodi nei quali nessuno ti garantisce che arriverai. «Gli direi di avere lo stesso spirito di quei pratesi: lavorare tanto, avere pazienza e non cercare scorciatoie».Perché proprio le scorciatoie sono il rischio da evitare.
Oggi quella stessa mentalità accompagna Montagnolo al Frosinone, tornato in Serie A.Il palcoscenico è diverso, ma il lavoro no.«La Serie A, la Serie B, la Serie C, la Serie D e persino i campionati giovanili dilettantistici mi hanno trasmesso, alla fine, le stesse sensazioni».A cambiare è il contesto: gli stadi, il pubblico, la dimensione della competizione.Dentro lo spogliatoio, invece, conta soprattutto il gruppo. Montagnolo descrive la squadra attraverso una frase di Cesc Fàbregas: «11 fratelli pronti a morire in campo l’uno per l’altro».È il calcio nel quale crede: quello in cui il singolo mette le proprie qualità al servizio degli altri.«Nel calcio, prima ancora delle qualità individuali, conta quello che una squadra è disposta a lasciare sul rettangolo verde».La corsa in più per il compagno, il sacrificio che magari nessuno nota, il lavoro che non finisce nelle statistiche.
Renato Montagnolo oggi lavora nel massimo campionato italiano, ma quando racconta da dove viene non parla di Serie A.Parla di Prato. E soprattutto parla di lavoro.










