Da Prato a Sydney, Lapo De Marzi e il sogno di unire Italia e Australia attraverso il tennis

Dalla crescita al Tennis Club Prato all'esperienza al fianco di Camila Giorgi, fino alla creazione di una propria realtà in Australia. Il coach pratese racconta il suo percorso e il sogno di unire il tennis italiano e quello australiano

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Il coach pratese Lapo De Marzi
Il coach pratese Lapo De Marzi con la tennista Camila Giorgi

Prato è casa, Sydney è il luogo in cui ha scelto di costruire il proprio futuro. In mezzo ci sono il tennis, una passione nata sui campi da gioco, l’incontro con il professionismo e la decisione di trasformare un lavoro iniziato quasi per caso in una vera e propria carriera. Lapo De Marzi, coach pratese, ha attraversato esperienze diverse, fino a trasferirsi in Australia e aprire una propria accademia. Oggi guarda avanti con un obiettivo preciso: creare un collegamento tra due realtà tennistiche, quella italiana e quella australiana, mettendo a disposizione dei giocatori le competenze maturate negli anni. Il legame con la città d’origine, però, rimane fortissimo. «Prato per me è casa, dove si trova la mia famiglia. Ci ho vissuto per 23 anni». Una parte importante della sua formazione è passata dal Tennis Club Prato, frequentato fin dall’età di quindici anni. Un luogo che ha contribuito alla sua crescita non soltanto sportiva, ma anche personale.«Ho passato tante giornate lì, ho conosciuto tante persone e tanti amici. Giocare in Serie A mi ha dato l’opportunità di avvicinarmi al tennis professionistico e mi ha dato una grande spinta dal punto di vista professionale». Un’esperienza che ha contribuito a orientare le sue scelte successive, fino a trasformare la racchetta in uno strumento di lavoro.

La svolta arriva quando De Marzi ha appena iniziato l’università. A 18-19 anni aveva già cominciato a dare le prime lezioni, ma senza immaginare che quello sarebbe diventato il suo mestiere. Inizialmente era soltanto un lavoro da affiancare agli studi. Poi arriva la proposta di Camila Giorgi, che gli chiede di allenarsi con lei. «Ci allenammo per più di dieci giorni sulla terra, perché stava preparando la stagione su questa superficie. Si trovò molto bene con me e mi chiese di seguirla per la stagione sulla terra». Per il giovane coach si apre un mondo nuovo. Fino a quel momento il tennis professionistico era una realtà osservata da una certa distanza; improvvisamente diventa una dimensione quotidiana, fatta di allenamenti, tornei e ritmi completamente diversi. «Passare dai tornei Open in Italia a vedere da vicino il tennis professionistico di altissimo livello è stata una bella botta, un’esperienza unica. Mi ha fatto capire che volevo far parte di quel mondo e che questo doveva diventare il mio mestiere».Un passaggio decisivo, che gli permette di comprendere quale strada intraprendere. Da quel momento, allenare non significa più soltanto dare lezioni, ma accompagnare gli atleti in un percorso che richiede competenze tecniche, dedizione e capacità di comprendere le persone.

Nel suo percorso sono stati importanti gli studi universitari, il lungo corso per diventare maestro e, soprattutto, le esperienze condivise con i giocatori. Viaggiare al loro fianco gli ha permesso di conoscere da vicino un ambiente competitivo, confrontandosi con atleti e allenatori di alto livello. «Devi dedicarti pienamente a una persona che non sei tu, che pensa diversamente, che ha sensazioni e pensieri differenti. Entrare in empatia con gli atleti è fondamentale se vuoi fare l’allenatore». È proprio questa dimensione umana, insieme alla possibilità di osservare il lavoro dei migliori, ad averlo fatto crescere. «Ho sempre cercato di rubare con gli occhi: guardare i modi di fare degli allenatori, le situazioni che affrontavano, gli esercizi che proponevano ai giocatori. Stando accanto a tante persone di livello impari molto, quasi per osmosi». La passione, del resto, non è mai venuta meno. «Per me il tennis è una professione, ma prima di tutto una grandissima passione. Sono cresciuto sui campi e la sensazione di colpire la palla è ancora qualcosa che amo».

Dopo essere tornato in Italia, De Marzi decide di fare un’esperienza all’estero. La destinazione è Sydney, una città di cui si innamora e nella quale sceglie di fermarsi, avviando una propria accademia. Una decisione che gli permette di mettere insieme competenze tecniche, esperienza internazionale e spirito imprenditoriale. «Sono molto fiero di quello che sto costruendo. Voglio portare qui l’esperienza maturata negli anni, ma soprattutto la passione, il piacere di stare in campo, divertirsi e dare sempre il massimo». A convincerlo a investire in Australia è stata anche la possibilità di trovare spazio per un progetto personale. Nel confronto con l’Italia, De Marzi individua una differenza importante nelle opportunità offerte ai giovani professionisti che vogliono mettersi in gioco. «In Italia intraprendere un percorso imprenditoriale da giovani è difficile. Puoi essere bravo, avere lauree e diplomi, ma non è semplice. Ho trovato poca meritocrazia, mentre qui ho trovato molto di più sotto questo aspetto». Il giudizio sul sistema italiano non cancella, tuttavia, il suo interesse per il tennis nazionale. De Marzi riconosce il valore del lavoro svolto negli ultimi quindici-vent’anni e guarda con fiducia alla crescita dei giocatori italiani, sia in campo maschile sia in quello femminile. E non nasconde un desiderio per il futuro: «Non nego che mi piacerebbe essere in Italia ad allenare atleti di alto livello».

Il progetto per il futuro va oltre la crescita della sua accademia. De Marzi vorrebbe creare un collegamento tra Australia, Italia ed Europa, favorendo lo scambio di esperienze e opportunità per i giovani tennisti. «Il mio sogno è portare ogni allievo a sfruttare il proprio potenziale. Questo non significa necessariamente far arrivare tutti nel professionismo. Vorrei riuscire a connettere Australia e Italia, diventando una sorta di ponte per i giocatori». Le due realtà, secondo il coach pratese, hanno caratteristiche complementari. «In Italia mancano alcune cose che qui ci sono, mentre in Australia ci sono aspetti in cui l’Italia è molto più avanti, soprattutto dal punto di vista metodologico e dell’insegnamento».È in questo equilibrio che De Marzi individua una possibilità concreta di crescita: mettere a disposizione la propria esperienza per accompagnare i giocatori e aiutarli a trovare il percorso più adatto alle loro capacità. Perché il successo, nella sua visione, non coincide necessariamente con l’arrivo nel circuito professionistico, ma con la possibilità di esprimere al meglio il proprio talento.

Tra le esperienze vissute nel circuito professionistico, ce n’è una che conserva un posto particolare: la vittoria di Camila Giorgi al torneo di Mérida, in Messico, vissuta da De Marzi al suo fianco. «Una delle settimane più belle della mia vita professionale. La sensazione di mettersi a disposizione di qualcuno e vedere quella persona vincere un trofeo è stata davvero bella: un cocktail di adrenalina e sensazioni positive». Dietro quel successo c’erano settimane di lavoro condiviso e una preparazione intensa. De Marzi ricorda di essere arrivato in Messico dodici giorni prima del torneo e di aver condiviso con Giorgi una routine quotidiana, ripetendo gli stessi gesti anche per scaramanzia. Un ricordo che racchiude il senso del suo mestiere: lavorare lontano dai riflettori, contribuire alla crescita di un atleta e condividere con lui il momento in cui il lavoro si trasforma in un risultato.

Da Prato a Sydney, il percorso di Lapo De Marzi continua a muoversi tra campi da tennis, nuove sfide e incontri. Le radici pratesi rimangono un punto fermo, mentre lo sguardo è rivolto al futuro: far crescere la propria accademia, accompagnare ogni allievo nella sua evoluzione e costruire un ponte tra due Paesi che, attraverso il tennis, possono imparare molto l’uno dall’altro.