Emilio Magni, il medico che ha attraversato il ciclismo: «I campioni? Prima di tutto uomini»

Da Pantani a Nibali, passando per generazioni di corridori: il racconto dello storico medico del ciclismo professionistico tra sacrifici, ascolto e l’emozione dell’ultimo Giro d’Italia

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Emilio Magni
Emilio Magni, storico medico del ciclismo professionistico

Per quasi trent’anni Emilio Magni ha vissuto il ciclismo dall’interno. Non da corridore, non da direttore sportivo, ma da uomo di fiducia. Da medico capace di stare accanto ai campioni nei momenti più delicati: quelli delle vittorie, certo, ma soprattutto quelli delle paure, delle fragilità e delle giornate storte.

Nel corso della sua carriera ha lavorato accanto ad alcuni nomi più importanti del ciclismo italiano e internazionale da Marco Pantani a Vincenzo Nibali, passando per Ivan Basso, Alessandro Petacchi e Peter Sagan sono solo alcuni esempi. Corridori diversi tra loro, ma accomunati dalla capacità di convivere con pressioni enormi e aspettative continue.

Oggi, mentre si avvicina il momento di lasciare il gruppo dopo una lunga carriera nel ciclismo professionistico, il medico toscano guarda indietro con sincerità e misura. Senza retorica, ma con la consapevolezza di aver attraversato un pezzo importante della storia recente di questo sport.

L’ingresso nel ciclismo arrivò quasi per caso.

«Sono entrato a far parte di questo mondo chiamato da un collega che aveva problemi di salute e che non poteva assentarsi per molti giorni», racconta Magni. «Da appassionato di sport, sono rimasto subito affascinato dal poter entrare in contatto con atleti di alto livello che, fino a quel momento, avevo visto solo in TV».

Quella che inizialmente sembrava soltanto una sostituzione si trasformò presto in qualcosa di molto più profondo. «Ho semplicemente messo in atto il mio modus operandi e, verificando che c’era un certo apprezzamento, mi sono reso conto che avrei praticato volentieri quella strada senza pormi obiettivi particolari».

La prima esperienza nel professionismo resta impressa nella memoria. Era la Tirreno-Adriatico del 1997 e, più dell’entusiasmo, Magni ricorda il timore.

«Avevo paura di non essere all’altezza, di non interpretare bene le esigenze degli atleti e di non sapere dar loro il supporto che si attendevano».

Da allora il ciclismo è cambiato, così come sono cambiate le squadre e le dinamiche del gruppo. Ma secondo Magni esiste una qualità che accomuna ancora tutti i grandi campioni.

«L’equilibrio psicologico», spiega. «Essere capaci di gustare la soddisfazione dell’impresa o di gestire la delusione di un risultato mancato nell’immediato dopo-gara per poi resettarsi e proiettarsi subito verso l’appuntamento successivo con pari motivazione ed accresciuto impegno».

Per lui, infatti, fare il medico in una squadra professionistica significa soprattutto comprendere le persone. Il lavoro meno visibile è quello umano.

«Saper ascoltare nel momento in cui la persona vuole parlare con te; personalizzare il rapporto, prestare attenzione ai problemi, anche apparentemente banali, che ti vengono presentati offre all’interlocutore motivo di sicurezza e fiducia».

Dietro la notorietà degli atleti, racconta, spesso si nascondono solitudine e fragilità. «Nonostante la notorietà, spesso l’atleta è “solo”, con le proprie incertezze e fragilità. Sentirsi a suo agio con le persone che lo circondano contribuisce a fargli raggiungere una serenità che si riflette sulle sue capacità prestative».

Una carriera così lunga, inevitabilmente, lascia qualcosa anche sul piano personale.

«Mi ha tolto tempo per la famiglia e per i figli in particolare», ammette. «Non finirò mai di ringraziare mia moglie Alessandra che, accollandosi gran parte degli impegni familiari, mi ha permesso di dedicarmi a questa attività».

Allo stesso tempo, però, il ciclismo gli ha restituito molto. «Mi ha regalato la soddisfazione di gioire per risultati sportivi indimenticabili e la possibilità di relazionarmi con persone provenienti da qualsiasi parte del mondo».

Ora il traguardo finale è vicino. Dopo il Lombardia, Emilio Magni chiuderà una carriera lunga quasi trent’anni nel ciclismo professionistico. Una vita passata tra pullman, ritiri, hotel e arrivi in salita. Sempre accanto agli atleti, spesso lontano da casa.

«Non nascondo che questo aspetto mi spaventa un po’», ammette. «Tale tipo di attività ha richiesto per tanti anni un impegno quotidiano per cui, quando verrà a mancare, non so esattamente che reazioni mi procurerà».

Eppure, nelle sue parole, non c’è malinconia. Piuttosto la lucidità di chi sa che ogni stagione, nello sport come nella vita, chiede un modo diverso di stare al mondo.

Continuerà a lavorare nel suo ambulatorio di Prato e proverà a recuperare il tempo con la famiglia, con i figli e con i nipoti. Ma soprattutto porterà con sé ciò che il ciclismo gli ha lasciato in quasi tre decenni: le persone.

E mentre il suo ultimo Giro d’Italia scorre verso il finale, Emilio Magni sta vivendo ogni momento con un’intensità diversa. «Tutti i momenti li sto assaporando in modo particolare», racconta. «L’esultanza per la vittoria di un ciclista della tua squadra offre un’emozione irripetibile che spero di provare ancora prima di appendere la bici al chiodo».

Perché, ascoltandolo parlare, si capisce che Emilio Magni non ha mai vissuto davvero il ciclismo soltanto come uno sport. Per lui è sempre stato un modo di entrare in relazione con gli altri. Ed è probabilmente questo il motivo per cui, dopo tanti anni nel gruppo, continua a parlare dei campioni partendo prima dagli uomini.