La sabbia nel sangue: Enrico Gianassi racconta il Calcio storico fiorentino

Dal debutto nel 2014 al premio di miglior calciante del torneo nel 2019, passando per rugby, hockey e Palla Grossa: il racconto di uno dei volti simbolo dei Rossi di Santa Maria Novella alla vigilia della finale del Calcio Storico Fiorentino

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Enrico Gianassi
Enrico Gianassi, calciante dei Rossi di Santa Maria Novella

Le semifinali sono andate in archivio e Firenze guarda già alla finale del 24 giugno tra Azzurri di Santa Croce e i Rossi di Santa Maria Novella, l’appuntamento che ogni anno trasforma Piazza Santa Croce nel cuore pulsante del Calcio Storico Fiorentino. Una tradizione secolare che continua ad affascinare migliaia di persone e che vive attraverso le storie dei suoi protagonisti. Tra questi c’è Enrico Gianassi, uno dei volti più rappresentativi dei Rossi di Santa Maria Novella, capace negli anni di lasciare un segno profondo sulla sabbia fiorentina.

Per raccontare cosa significhi davvero essere un calciante, però, bisogna partire da lontano. Non dalle finali, dalle vittorie o dai riconoscimenti, ma dal momento in cui un ragazzo decide di mettersi alla prova entrando per la prima volta nel sabbione.

«Ho iniziato per vedere se ero capace di stare lì dentro», racconta Gianassi. Era il 2014 e quello che sembrava un semplice test personale si è trasformato in qualcosa di molto più profondo. «Dopo la prima partita ci pensi tutti i giorni. Essere un calciante significa appartenenza, responsabilità e orgoglio. Fai parte di una tradizione che non ha eguali al mondo. Se sei fatto per questo sport, la sabbia ti entra nel sangue e quando finisce il torneo non vedi l’ora che arrivi il successivo».

Una frase che spiega meglio di qualsiasi definizione il legame quasi viscerale che unisce i protagonisti del Calcio Storico al proprio colore.

Nella sua carriera ci sono state molte partite da ricordare, ma se si parla di rendimento personale il pensiero corre inevitabilmente al 2019. L’anno della consacrazione. Quello in cui Gianassi venne premiato come miglior calciante del torneo.

«Probabilmente è stata la mia stagione migliore. Mi riusciva tutto. Però sarebbe sbagliato raccontare una carriera attraverso una sola partita o una sola annata. Ogni torneo ha una storia diversa. Ci sono state gare in cui ho fatto la differenza in maniera evidente e altre, come la finale del 2023, in cui il sacrificio per la squadra era più importante di qualsiasi giocata personale».

Parole che raccontano bene una delle caratteristiche che più emergono parlando con lui: la centralità del gruppo.

Eppure, in uno sport spesso associato alla forza fisica e all’impatto, Gianassi individua un’altra qualità come fondamentale.

«La tranquillità. Bisogna essere lucidi e mantenere la calma. Nel mio ruolo gestisco il pallone e spesso la differenza la fa proprio la serenità con cui affronti certe situazioni. Tanti vedono facce cattive e aggressività, ma per noi è anche un giorno di festa. A volte la serenità mette più timore di tante espressioni minacciose».

Il suo è un punto di vista particolare, maturato attraverso esperienze sportive, ad alto livello, molto diverse tra loro. Hockey, rugby, Palla Grossa e naturalmente Calcio Storico. Percorsi differenti che hanno contribuito a formarlo come atleta e come uomo.

Dall’hockey su pista a Prato e in realtà importanti come Novara, Viareggio e Sarzana, dove giocava in porta, ha imparato il senso della responsabilità. Dal rugby, dalla serie C alla serie A, ha vestito anche la maglia nera dei Cavalieri, ha assorbito il valore della fiducia nei compagni e del rispetto reciproco. Due sport che ancora oggi considera fondamentali nella propria crescita.

«Il rugby ti forma in una maniera speciale. Ti confronti fisicamente per ottanta minuti e poi tutto finisce lì. Rimangono il rispetto, la coesione del gruppo e la fiducia nel compagno».

Valori che ritrova anche nel Calcio Storico, insieme a qualcosa di ancora più profondo: il senso di appartenenza.

Per questo non teme il ricambio generazionale che sta interessando i Rossi. Anzi.

«Ci sono tanti ragazzi validi che presto avranno il loro spazio. Il gioco cambia, gli allenamenti si evolvono, ma quello che conta davvero resta immutato: il senso di appartenenza, il sacrificio per il gruppo e la voglia di rappresentare il proprio colore».

Quando si avvicina una finale in Piazza Santa Croce, le emozioni sono inevitabili. Eppure Gianassi affronta l’attesa con sorprendente equilibrio.

«Mi preparo mentalmente, immagino la partita e quello che dovrò fare. Ma il pensiero principale resta vincere. Allo stesso tempo sento molto la responsabilità verso i compagni, soprattutto quelli più giovani. Ogni partita porta emozioni diverse e spesso ti accorgi davvero di quello che provi soltanto quando entri in campo».

Se gli si chiede cosa gli abbia dato il Calcio Storico, la risposta arriva immediata.

«Una famiglia».

Una parola semplice ma che racchiude tutto.

«Lì dentro vai a fare una battaglia sportiva. Se non hai fiducia totale nelle persone accanto a te diventa impossibile. Mi ha formato, mi ha responsabilizzato e mi ha regalato amicizie che dureranno per sempre».

Forse è proprio questo il segreto che rende il Calcio Storico qualcosa di diverso da qualsiasi altro sport. E forse è anche il motivo per cui uomini come Enrico Gianassi continuano a viverlo con la stessa passione del primo giorno. Perché sulla sabbia di Santa Croce non si gioca soltanto una partita: si difende una storia, un’identità e un’appartenenza che, una volta entrate nel sangue, non ti lasciano più.