Giacomo Grassi, dalla vasca di Prato alla Nazionale: «Qui possiamo tornare a sfornare talenti, ma serve una nuova piscina»

Dalla passione nata da bambino alle Nazionali giovanili di pallanuoto. L'allenatore pratese Giacomo Grassi racconta la sua storia

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Giacomo Grassi
Giacomo Grassi allenatore pratese delle nazionali giovanili di pallanuoto

Ci sono storie sportive che raccontano una carriera. E poi ce ne sono alcune che, attraverso una persona, raccontano anche una città. Quella di Giacomo Grassi è una di queste. Pratese, allenatore e oggi protagonista del percorso delle Nazionali giovanili di pallanuoto, Grassi ha costruito il proprio cammino partendo proprio da quelle piscine cittadine dove tutto era iniziato. «La pallanuoto è stata una passione dal primo giorno. Ricordo che continuai a fare nuoto sapendo che l’anno successivo sarebbe stata fatta una squadra. Il primo giorno della pallanuoto giovanile a Prato io c’ero». Poi arriva la consapevolezza che forse la strada da giocatore non è quella giusta. «Mi sono reso conto che, come giocatore, ero piuttosto scarso per limiti fisici – sorride – ma avevo la sensazione di capire certi aspetti del gioco meglio di altri. Così iniziai ad allenare. Direi che è andata decisamente meglio».

Comincia così una carriera importante. Grassi vede crescere ragazze che arrivano alle Nazionali giovanili e conquista, con la società dell’epoca, tre titoli nazionali in tre categorie diverse in tre anni consecutivi. È il lavoro che gli apre le porte della Federazione. «La porta della Nazionale mi è stata aperta da Fabio Conti, che ringrazierò sempre per questa opportunità. Mi chiese di iniziare a collaborare dopo che alcune mie atlete venivano convocate stabilmente nelle Nazionali giovanili».

Da quel momento il sogno cambia prospettiva. «Quando da ragazzino ho iniziato a giocare sognavo come tutti di arrivare in Nazionale. Quando inizi ad allenare hai una consapevolezza molto diversa e più realistica, più matura, e inizi a pensare ai risultati di chi alleni più che ai tuoi personali».

Il momento più emozionante della sua carriera ha un nome e una data: Chiara Tabani, Rio 2016. «Senza ombra di dubbio la medaglia d’argento olimpica di Chiara Tabani a Rio 2016. Vederla sul podio a 22 anni con quella medaglia è qualcosa che mi fa battere ancora il cuore». Ma le soddisfazioni arrivano anche lontano dai riflettori. «Ogni volta che vedo un’atleta selezionata nelle giovanili che dopo un percorso arriva ad avere un suo ruolo nella Nazionale maggiore, sento di essere stato utile alla causa insieme a tutto il mio staff».

È la parte meno visibile del lavoro di un allenatore: contribuire a costruire il percorso di chi, magari anni dopo, raggiunge il massimo livello. «È molto bello che poi alcune di queste ragazze trovino il tempo e il modo di ringraziarti anche a distanza di anni». L’estate appena trascorsa è stata particolarmente intensa, con gli Europei Under 20 e i Mondiali Under 18 di Tenerife. «Abbiamo dovuto lavorare con un gruppo allargato fin dai primi giorni, in quanto alcune atlete erano in selezione per partecipare ad entrambe le competizioni».

Il lavoro in Nazionale è diverso da quello quotidiano in un club: il tempo è poco e bisogna valorizzare ciò che ogni atleta porta con sé. «Dobbiamo essere bravi a sfruttare al meglio i presupposti di ogni atleta e “fare squadra” nel vero senso del termine, dando un’identità di gioco che consenta a loro di esprimere al meglio le qualità individuali». Con l’Under 20 arriva un quarto posto che lascia comunque soddisfazione. «È l’ennesimo quarto posto, il settimo per me, e mi fa rosicare non poco». La semifinale contro l’Ungheria, poi vincitrice dell’Europeo, racconta però la qualità della prestazione azzurra. «Fino a tre minuti dalla fine eravamo in pareggio. L’Ungheria aveva sei atlete già facenti parte della Nazionale maggiore. Credo fosse difficile chiedere di più». Diverso il giudizio sul nono posto dell’Under 18: «Abbiamo palesato tutti i limiti in una competizione nella quale, ad onor del vero, devo constatare che niente ci abbia girato a favore. Può capitare».

Quando si parla di Prato, però, la storia di Grassi diventa anche una fotografia dello sport cittadino. «A Prato dobbiamo ricreare i presupposti per fare il salto di qualità». Il punto centrale è soprattutto quello degli impianti. «A Prato manca prima di tutto un impianto che consenta di lavorare con l’obiettivo di poter raggiungere l’alto livello». Da qui il riferimento alla nuova piscina e alle polemiche che accompagnano il progetto. «Per questo mi addolorano le polemiche di questo periodo sulla nuova piscina, che è fondamentale e che risolverebbe anche molti dei problemi di chi non fa sport agonistico». Il messaggio di Grassi va oltre la pallanuoto: «Credo che tutti dovrebbero unire gli sforzi per superare le difficoltà del caso invece di scegliere questo argomento come campo di battaglia politico». Perché il problema non riguarda soltanto una struttura più moderna, ma la possibilità di creare nuovamente a Prato le condizioni per accompagnare un talento fino all’alto livello. «Da qualche anno, eccezion fatta per il nuoto artistico, questi risultati si ottengono solo uscendo da Prato. Io stesso sono stato costretto ad andarmene per allenare nella massima serie femminile». C’è poi una questione di mentalità. «Per troppo tempo c’è stato un clima estremamente teso e litigioso tra tutte le componenti del mondo natatorio cittadino. Questo stato di cose va superato nell’interesse di tutti». L’obiettivo, secondo Grassi, deve essere comune: «Se riusciremo a farlo, Prato ricomincerà a sfornare talenti come ha sempre fatto in passato».

Dopo tanti anni a bordo vasca, alcune emozioni non cambiano. Sono quelle che arrivano prima di una partita, nella riunione tecnica, nei rituali delle atlete e soprattutto durante l’inno. «Sentire le ragazze che cantano l’inno e vedere la tensione che sale e si scioglie al grido “Italia”». Per Grassi, però, il risultato è quasi l’ultima cosa. «Mi emoziona vedere la squadra che diventa qualcosa di più della somma dei singoli e la gioia negli occhi quando le cose funzionano, nella stessa misura della voglia di rivalsa comune ed immediata quando inciampiamo». Ecco cosa resta davvero: «Mi emozionano questi dettagli e non il risultato, che è sempre una conseguenza di tanto altro».

La prossima settimana inizierà la programmazione federale verso il 2027, una stagione ricca di appuntamenti: le qualificazioni olimpiche verso Los Angeles 2028, le Universiadi in Corea del Sud, gli Europei Under 16 e Under 18 e il Mondiale Under 20. L’obiettivo è chiaro: «Migliorare i risultati dell’anno precedente e cercare di portare a casa una medaglia».

Nel frattempo Grassi ha assunto anche un nuovo incarico come docente per il settore istruzione tecnica della FIN. «È un ruolo che mi stimola e mi gratifica molto perché di giovani che abbiano voglia di mettersi in discussione e diventare i tecnici di domani c’è davvero bisogno».

E poi c’è Prato. Dopo 15 anni, Grassi è pronto a tornare sui piani vasca della sua città, questa volta come Direttore Tecnico del settore pallanuoto dell’Azzurra Nuoto Prato, dopo aver accettato la proposta del nuovo presidente Massimo Vannucchi. È un ritorno alle origini, ma con una prospettiva completamente diversa. La sua storia era iniziata proprio a Prato, con un bambino che aspettava la nascita della prima squadra di pallanuoto giovanile. Oggi torna dopo aver attraversato società, Nazionali, Europei, Mondiali e Olimpiadi. Un cerchio che si chiude, con la volontà di restituire qualcosa a quella piscina dalla quale era partito tutto.

Ai giovani che sognano la calottina azzurra lascia un messaggio semplice: «Bisogna lavorare duro. Il talento, anche quando c’è, può bastare a farsi notare ma non basta mai ad arrivare stabilmente in alto». E soprattutto, non smettere di crederci. «Da Prato in tanti in passato sono arrivati alla Nazionale ed io stesso sono la dimostrazione che anche da una realtà più piccola si può arrivare ai vertici».