C’è un momento, in ogni esperienza sportiva, in cui capisci davvero dove sei. Per Francesco Fusi quel momento ha un luogo preciso e un ricordo ancora vivido: L’Aquila, gennaio 2025, un test match contro il Galles. La sua prima volta nello staff della Nazionale italiana Under 18 di rugby. E anche una vittoria.
“Me lo ricordo con grande piacere – racconta – perché fu il primo appuntamento e vincemmo pure. Da lì è iniziata una bella esperienza”.
Una nuova tappa di un percorso interamente dentro il rugby. A Prato, Fusi è stato presidente dei Cavalieri Union e oggi ne è il direttore sportivo, mantenendo un legame forte con il territorio anche mentre vive l’esperienza azzurra.
“Far parte della Nazionale e rappresentare il proprio Paese è un grande orgoglio. Mi fa piacere, sono molto felice, ma è anche una grande responsabilità”.
Oggi è dirigente accompagnatore, un ruolo meno visibile ma centrale: rappresenta il Consiglio Federale e il presidente della Federazione all’interno della squadra.
Il lavoro che non si vede. Dietro una squadra che scende in campo, soprattutto a livello internazionale, c’è un mondo che spesso resta nascosto. È lì che si muove Fusi.
“Io supporto lo staff durante i raduni, aiuto i manager e chi ne ha bisogno nei vari compiti quotidiani”.
Un lavoro fatto di organizzazione, ma soprattutto di persone. Perché in un gruppo Under 18 la gestione umana è fondamentale.
“All’interno di un gruppo così giovane è fondamentale. Lavoriamo con ragazzi in piena formazione e bisogna curare molto anche gli aspetti extra campo e mentali”. E il merito è condiviso con uno staff che considera un punto di forza.
“Sono ragazzi eccezionali. Umanamente è molto bello lavorare con loro, trasmettono sempre qualcosa sia a me che ai ragazzi”.
Un risultato storico.
Il lavoro quotidiano ha trovato conferma anche sul campo. Al Festival Sei Nazioni Under 18, torneo che coinvolge otto nazionali, l’Italia ha centrato un risultato significativo.
“Abbiamo fatto tre vittorie su tre contro Spagna, Scozia e Inghilterra. È una cosa storica, non era mai successo”.
Un risultato che nasce da un equilibrio delicato.
“Devi far arrivare i ragazzi pronti alla partita senza caricarli di troppe aspettative, continuando nel percorso di crescita che lo staff ha programmato”.
I dettagli che fanno la differenza. Tra le difficoltà meno visibili c’è anche la gestione dei momenti lontani dal campo.
“Quando arrivi agli ultimi tre o quattro giorni di un raduno lungo, non sai più cosa inventarti nei tempi morti. Devi essere bravo anche lì”.
Sono proprio quei momenti a costruire il gruppo.
“Stare insieme più giorni porta a creare legami belli e importanti, che poi ti porti dietro”.
E il suo ruolo resta volutamente in secondo piano.
“I protagonisti sono i ragazzi. Io cerco solo di trasmettere la passione per questo sport, senza essere invadente”.
Rispetto al club, la Nazionale offre un’intensità diversa.
“Qui puoi lavorare mattina e pomeriggio, fare recovery in piscina, seguire ogni dettaglio. È un surplus importante rispetto al lavoro quotidiano dei club”.
E mentre vive l’azzurro, Fusi non perde il legame con il territorio.
“I risultati sono positivi. Sono contento del lavoro degli ultimi anni, vediamo cosa succederà nelle prossime stagioni, ma la strada è quella giusta”.
Tra Prato e la Nazionale, tra visibilità e lavoro silenzioso, la storia di Francesco Fusi è quella di chi tiene insieme i pezzi senza cercare il centro della scena.
Perché a volte, nello sport, le cose più importanti succedono proprio lì: dove non si vedono.














