Gabriele Paolieri ha chiuso la propria carriera da giocatore nel modo più bello possibile: con la vittoria del campionato di Seconda Categoria e il ritorno del suo Tavola in Prima Categoria. Una storia iniziata quando aveva appena otto anni e vissuta sempre con la stessa maglia addosso, attraversando promozioni, retrocessioni e ripartenze. Con un messaggio pubblicato sui social, Paolieri ha salutato il calcio giocato attraverso una lunga lettera nella quale racconta il profondo legame con il Tavola, la famiglia, i compagni e l’ambiente che lo ha accompagnato nel corso degli anni. Ne abbiamo parlato con lui, ripercorrendo le tappe più significative del suo percorso sportivo e umano.
Quando hai capito che quella di domenica 3 maggio contro il Rinascita Doccia sarebbe stata la tua ultima partita?
«L’avevo già capito dall’inizio della stagione. Mi ero messo in testa di chiudere quest’anno come giocatore, anche perché nelle ultime stagioni mi stavo un po’ trascinando, cercando di dare una mano più agli allenatori. Negli ultimi anni non ho giocato molto, ero più di supporto alla squadra, rimanendo sempre a disposizione del gruppo, ma non come protagonista sul campo. Con Matteo Cusano ci eravamo detti che questa sarebbe stata l’ultima stagione, visto che c’era la possibilità di fare una squadra più competitiva, perché nelle ultime due stagioni ci siamo salvati con fatica. L’idea, quindi, era quella di divertirsi, fare un’ultima stagione bene e poi chiudere. Perciò sapevo già dall’inizio dell’anno che questa sarebbe stata la mia ultima stagione da giocatore».
Andando indietro nel tempo, sei entrato nel Tavola quando avevi otto anni. Quanto è stata importante la famiglia nel trasmetterti la passione per questa squadra?
«È stata fondamentale. Mio zio Paolo, che purtroppo è venuto a mancare quando avevo quindici anni, è sempre stato una figura importante nel settore giovanile, non solo da un punto di vista sportivo, ma anche da un punto di vista organizzativo e ricreativo. Inoltre, insieme a Don Maggini e ad altre persone, ha contribuito a ricreare il settore giovanile del Tavola tanti anni fa. Dunque, fin da quando sono nato, sia lui che mio padre Luigi e mio zio Carlo, mi hanno sempre trasmesso l’idea che io dovessi giocare nel Tavola. La domenica seguivamo sempre la prima squadra insieme ai miei cugini e quindi tutta la mia famiglia mi ha fatto crescere con la passione per il rossoverde».
Nel messaggio che hai pubblicato c’è una frase che colpisce particolarmente: “Per me il coraggio è restare”. Quanto è stato importante non aver lasciato il Tavola, soprattutto nei momenti più difficili? Hai mai pensato di andare via?
«Sì, perché nel corso degli anni si alternano stagioni positive a stagioni meno positive, sia da un punto di vista sportivo che da un punto di vista umano. Ogni anno si crea un gruppo diverso, e quando vedi tanti ragazzi andare via per diverse ragioni non è sempre semplice ripartire con nuove persone. Ci sono state stagioni in cui la squadra non era costruita per vincere, e molti tendevano a guardarsi intorno e prendere altre strade. Io però sono sempre rimasto, affrontando anche stagioni difficili in cui è capitato di retrocedere, ma siamo sempre ripartiti. Anche quando, cinque anni fa, è stata rifondata la società, mi è stato chiesto di farne parte e ripartire dalla terza categoria. È stata una scelta molto positiva, perché nella nuova società ho ritrovato molto entusiasmo e voglia di far bene. Prima è arrivata prima la vittoria del campionato di Terza Categoria, poi quella di Seconda, che ha chiuso il percorso riportando il Tavola in Prima Categoria, nella quale ho disputato più stagioni».
In un altro passaggio importante scrivi di non essere mai stato il più talentoso, ma uno di quelli che lavorava di più e che faceva più sacrifici. È questo il tuo orgoglio più grande nel tuo percorso?
«Sì, sicuramente. Soprattutto nel settore giovanile ho sempre giocato nei campionati provinciali con il Tavola, quindi non è semplice passare dalla Juniores provinciale alla Prima Categoria. Ogni anno venivano presi tanti giocatori da fuori e non era semplice dimostrare di essere all’altezza non arrivando da campionati regionali o categorie più importanti. Per questo motivo il sacrificio è stato fondamentale, sia da un punto di vista fisico, perché avevo bisogno di allenarmi più degli altri per stare al passo, sia da un punto di vista tecnico, dove non sono mai stato uno che spiccava. Ho giocato con tanti ragazzi molto più forti e bravi di me, alcuni dei quali hanno smesso anche prima. Probabilmente ho avuto più costanza e voglia di rimanere, mettendomi sempre a disposizione senza pretendere di dover essere il protagonista. Questo atteggiamento mi ha aiutato nel corso degli anni, anche grazie a tante persone che mi hanno aiutato e con cui sono cresciuto insieme. Gli allenatori mi hanno sempre dato fiducia, nonostante avessi dei limiti tecnici, però si fidavano di me, perché sapevano che comunque avrei fatto di tutto per raggiungere il risultato e aiutare la squadra a vincere».
Quanto ti hanno segnato gli infortuni nel corso della tua carriera? Ti hanno dato la forza per rialzarti e tornare più forte di prima?
«Ho avuto un grosso infortunio alla spalla che mi ha condizionato abbastanza nel corso degli anni. Mi sono fatto male poco prima dello stop dei campionati a causa del Covid, e ripartire dopo quell’infortunio è stato difficile, anche perché siamo rimasti un anno fermi a causa della pandemia. Ripartire, soprattutto da un punto di vista mentale e a una certa età, non è stato semplice. Poi però ho ritrovato entusiasmo grazie al gruppo, ai ragazzi e alla voglia di giocare. Questo mi ha sempre aiutato, e dentro di me avevo voglia di dimostrare di potercela fare nonostante le varie difficoltà».
Chiudere la carriera con la vittoria del campionato di Seconda Categoria e il ritorno del Tavola in Prima Categoria rende il tutto ancora più speciale?
«Sicuramente. Come dicevo prima, mi sembra davvero di aver chiuso un cerchio; dunque, chiudere questa carriera con il ritorno del Tavola in Prima Categoria rende tutto ancora più bello e significativo. Se avessi smesso l’anno scorso non sarebbe stata la stessa emozione. Per questo ne è valsa la pena continuare un’altra stagione per poter riuscire a chiudere questo ciclo nel miglior modo possibile».
Un’ultima domanda: cosa lascia Gabriele Paolieri al Tavola e, al contrario, cosa lascia il Tavola a Gabriele Paolieri dopo tutti questi anni?
«Quello che rimarrà a me sono soprattutto le persone: i compagni con cui ho giocato, gli allenatori, gli avversari e tutte le conoscenze che il calcio mi ha lasciato. La cosa più bella è incontrare persone in giro che ti salutano, ti riconoscono, e con cui ti fa piacere scambiare due chiacchiere, ricordando i momenti vissuti insieme. Sono queste le cose che fanno sorridere e allo stesso tempo emozionare. Per quanto riguarda quello che lascio io, in questi giorni ho ricevuto tanti messaggi d’affetto. Spero di aver lasciato un buon esempio: provare sempre a dare tutto, non darsi mai per vinti davanti alle difficoltà, sia nel calcio che nella vita. Bisogna sempre provare ad affrontare ogni percorso cercando di uscirne a testa alta dando il massimo in ogni occasione».











