
Ci sono storie che non stanno nei tabellini. Non parlano solo di punti, categorie o carriere lineari. Parlano di legami. Quella di Flavio Frascolla è una storia così: fatta di passaggi importanti, pause improvvise e ritorni inaspettati. Ma soprattutto, di un’esperienza che resta rarissima nel basket italiano — condividere il campo con suo padre, Giuseppe Frascolla. Oggi gioca a Prato, in Divisione Regionale 3, con la Scuola Basket Prato. Non è la sua città di nascita, ma è diventata casa nel tempo. “Non dico di essere pratese acquisito, ma siamo a quel livello lì”, racconta.
Dopo aver smesso a 22 anni, quando il basket era diventato più fatica che passione, il ritorno è arrivato quasi per caso. Un invito, un allenamento, e poi quella sensazione mai davvero sparita: la competizione, il gioco, il campo. “Ero disinnamorato della pallacanestro, ma dopo il primo allenamento è tornato tutto. Oggi è un’esperienza che mi sta gratificando”. Merito anche di un ambiente sano, costruito su rapporti veri. E di una figura chiave: l’allenatore Alessio Baldi, “una persona d’oro”, capace di creare un gruppo unito, senza ego, dove si condivide tutto — anche le scelte.
Ma per capire davvero la sua storia bisogna tornare indietro. Ad Avellino. Alla Serie A1. A quando Flavio aveva appena quindici anni ed era già nel giro della prima squadra della Scandone. Un mondo che conosceva già, crescendo accanto a un padre professionista nella pallacanestro. E che, proprio per questo, gli sembrava quasi naturale. “Non te ne rendi conto fino in fondo a quell’età. Ti sembra tutto normale”.
Poi succede qualcosa di unico. Suo padre, a 44 anni, viene individuato dalla società come persona che potesse arricchire la rosa. E si ritrovano insieme. Nello stesso spogliatoio. Nella stessa squadra. Non padre e figlio. Compagni di squadra. Un caso rarissimo — viene in mente quello di Dino Meneghin e Andrea Meneghin, simboli di due generazioni, ma senza aver condiviso davvero il campo.
Per Flavio, invece, è successo davvero. “Mio padre è stato un compagno di squadra. Non era invadente, non metteva pressioni. Se mi dava un consiglio, era comportamentale, non tecnico”. Le presenze in Serie A1 restano poche, ma il peso di quell’esperienza è enorme. Anche perché arriva in un contesto importante: Avellino, palazzetti pieni, trasferte a Cantù e Udine, e una Coppa Italia vinta da aggregato.
Poi il percorso cambia direzione. Serie B a Montecatini, Serie C tra Firenze e Pescia. Un cammino fatto di crescita, ma anche di scelte personali e difficoltà fisiche. “Non ho mai sentito la pressione del cognome. Erano più gli altri a fare paragoni.” Fino allo stop, a 22 anni. Eppure certe passioni non si spengono davvero. Si mettono solo in pausa.
Oggi, a quasi 36 anni, è tornato. Senza pressioni, senza ambizioni di carriera. Ma con qualcosa di più profondo. “Gioco per divertimento, per il gruppo. E un po’ per rivalsa ed ego”. Una squadra unita, uno spogliatoio vero, la voglia di dimostrare a se stesso di esserci ancora. Lontano dalla Serie A, ma forse più vicino al senso autentico del gioco. E quando gli si chiede cosa sceglierebbe tra aver giocato in Serie A e aver condiviso il campo con suo padre, la risposta è chiara. “La Serie A1 è un’esperienza incredibile. Ma condividere lo spogliatoio con mio padre… quello non può essere secondo a niente”. Perché ci sono carriere che si misurano in categorie e altre che si misurano in ricordi. E quella di Flavio Frascolla appartiene decisamente alle seconde.










