Ci sono storie sportive che appartengono a una città anche quando i loro protagonisti arrivano da lontano. Quella di Settimio Massotti con Prato è una di queste.
Leggenda della pallamano italiana, 302 presenze e 1.371 gol con la maglia azzurra della nazionale italiana di pallamano, Massotti non è pratese, ma a Prato ha scritto una pagina indelebile della storia sportiva cittadina. Con l’Alpi Prato, alla fine degli anni Novanta, conquistò infatti uno storico scudetto e due Coppe Italia, entrando per sempre nella memoria di una piazza che allora rappresentava una delle capitali italiane della disciplina.
Massotti non ha dubbi: “Prato era una delle piazze storiche della pallamano italiana. Dopo la scalata dalla Serie A2 e la promozione in massima serie, era una squadra stabilmente nelle zone alte della classifica e aveva già sfiorato più volte lo scudetto prima della stagione 1997/98, quella della consacrazione”.
Una squadra fortissima, ma soprattutto costruita con una visione precisa. Per Massotti, gran parte dei meriti di quella cavalcata vanno oltre il campo. “Di solito si attribuisce tutto a giocatori e staff tecnico, ma io sento di dover dare la maggior parte del merito a Massimo Taiti, ai dirigenti, allo sponsor Alpi e ai tifosi che ci seguivano ovunque”.
Fu proprio Taiti, secondo l’ex azzurro, a trovare la formula vincente. “Capì che non bastava avere giocatori forti. Inserì nella rosa uomini abituati a vincere, come Zaim Kobilica, che portarono esperienza e mentalità. Non guardò solo all’aspetto tecnico o anagrafico, ma soprattutto al carattere”.
Una scelta decisiva per costruire una squadra che nell’annata 1997-1998 chiuse la regular season senza sconfitte e completò una stagione perfetta vincendo campionato e Coppa Italia. “Fin dal primo giorno avevamo sensazioni positive. Sapevamo il valore del gruppo, anche se il campo è sempre l’unico giudice. Vittoria dopo vittoria cresceva la convinzione: diventavamo sempre più forti, come squadra e come amici fraterni”.
Tra i simboli di quella squadra c’era Zaim Kobilica, figura centrale sia in campo che nello spogliatoio. Massotti ne parla con emozione. “Era un combattente capace di vincere le partite da solo, ma soprattutto un uomo straordinario: umile, buono, sempre pronto ad aiutare gli altri. Per me è stato come un fratello”. Al giocatore bosniaco è stato intitolato il Palazzetto dello sport di Maliseti nel 2017.
Il ricordo più intenso è legato proprio alla finale scudetto contro Trieste. “Nella terza partita decisiva, dopo una stagione straordinaria, alcuni giocatori furono colpiti dalla paura di vincere. Anche Zaim attraversò quel momento. Sentii la sua richiesta di aiuto e diedi tutto me stesso. Quello scudetto lo volevo regalare alla città, ai tifosi, alla società e soprattutto a lui”.
Il legame tra i due proseguì anche in Nazionale, dove Massotti ha scritto una carriera monumentale. L’azzurro è sempre stato una missione personale. “Il mio cuore, oltre al rosso, ha il bianco e il verde. Ho sempre messo la Nazionale davanti a tutto, anche inserendo clausole nei contratti per evitare interferenze dei club”.
Una dedizione assoluta, pagata anche sul piano personale. “Sono stato assente alla nascita di due dei miei tre figli perché ero con la Nazionale. Questo dà la misura di quanto abbia sempre amato quei colori”.
Oggi il panorama è cambiato e Prato non occupa più il posto di allora nella geografia della pallamano italiana. Un pensiero che lascia amarezza. “Mi rende triste vedere il declino di piazze storiche come Prato. Però lo sport è fatto di cicli, risorse economiche, lavoro e settore giovanile. Mi auguro davvero di rivedere Prato ai vertici, magari seguendo un percorso come quello di Trieste, tornata grande dopo anni difficili”.
Restano i ricordi di un’epoca irripetibile, fatta anche di notti europee e sfide internazionali. “Le coppe europee furono un’esperienza fantastica. Eliminammo squadre come il Minsk e ci qualificammo per la Champions League. In quegli anni il campionato italiano era di altissimo livello, arrivavano stranieri fortissimi e i nostri club erano competitivi”.
Un mondo che oggi sembra lontano, ma che nelle parole di Massotti resta vivido come allora. Perché alcune vittorie non appartengono soltanto a chi le conquista, ma a una città intera.
E a Prato, quando si parla di pallamano e di anni d’oro, il nome di Settimio Massotti continua ad avere il peso delle leggende.
















