Ci sono sportivi che collezionano trofei e altri che lasciano un’eredità. Enrico Bernardini appartiene a entrambe le categorie. Nato a Prato nel 1963, è stato uno dei più grandi protagonisti dell’hockey su pista italiano: due Campionati del Mondo con la Nazionale, un Europeo, nove scudetti, dieci Coppe Italia e una carriera costruita ai massimi livelli, soprattutto con la maglia del Novara, di cui è stato anche capitano.
Eppure, tra i tanti successi conquistati, il ricordo più vivo non è necessariamente quello dei trionfi iridati.
«Il momento che mi ha emozionato di più è stata la conquista della Coppa Italia nel mio primo anno a Novara. Giocavo in una squadra dove vincere era una priorità assoluta. C’era una tensione enorme e, quando arrivava il successo, era quasi uno scarico di tutto quello che avevi accumulato. Probabilmente non mi sono mai goduto davvero quei momenti. Oggi vedo tanti che si sentono fenomeni anche senza vincere».
Parole che raccontano una mentalità diversa, quella di un’epoca in cui il risultato era la naturale conseguenza di sacrificio, lavoro e disciplina.
Dopo aver scritto pagine importanti lontano da casa, Bernardini è tornato a Prato. Un ritorno culminato con uno storico scudetto conquistato con il Primavera Prato, il primo titolo italiano vinto da una squadra toscana nell’hockey su pista.
«Vincere a Prato è stata una cosa bellissima. È stato il primo scudetto toscano dell’hockey su pista. Rimane però il rammarico per il campionato successivo, che era nelle nostre corde e che abbiamo lasciato sfuggire».
Terminata la carriera da giocatore, ha scelto di restare nell’hockey da allenatore. Un ruolo completamente diverso, che gli ha fatto scoprire un’altra dimensione dello sport.
«Il mio carattere mi ha cambiato molto la prospettiva. Da giocatore dovevo gestire solo me stesso, da allenatore invece devi occuparti degli stati d’animo, dei pensieri e delle difficoltà di un’intera squadra».
Bernardini guarda con orgoglio al suo sport, ma anche con una punta di amarezza.
«L’hockey su pista è uno sport meraviglioso. Ti tiene con il fiato sospeso per tutti i cinquanta minuti. Negli anni si è cercato continuamente di migliorarlo cambiando regole su regole, ma sono convinto che alla fine lo si sia snaturizzato. È una cosa che mi rattrista».
Il suo sguardo si sposta poi su Prato, città che ha una lunga tradizione nell’hockey ma che, secondo lui, oggi fatica a costruire un movimento competitivo.
«Sono cresciuto in un periodo in cui volontariato e passione erano normali. Abbiamo lottato tanto e, pur praticando uno sport considerato minore, siamo riusciti a costruire qualcosa di importante. Due impianti sportivi sono nati anche grazie alle nostre battaglie. Oggi, però, trovare spazi è sempre più difficile e senza strutture adeguate diventa complicato creare un movimento capace di competere ad alto livello».
Infine, un messaggio ai più giovani. Più che un consiglio, una filosofia di vita.
«Non credo servano consigli. Chi pratica sport deve mettere la competitività davanti a tutto. Bisogna avere sempre un obiettivo, anche quando si compete solo contro se stessi. Altrimenti si rischia di ritrovarsi un giorno a dire: “Allora che potei non volli, oggi che voglio non posso”».
Una frase che riassume perfettamente la carriera di Enrico Bernardini: un atleta che non ha mai smesso di inseguire i propri obiettivi e che ha contribuito a scrivere una delle pagine più importanti della storia dell’hockey pratese.
















