
C’è un modo curioso per cominciare una carriera da arbitro: essere un tifoso che gli arbitri non li sopporta. Enzo Moschi, nato a Barberino di Mugello il 26 febbraio 1945 e residente a Prato, nel giugno del 1972 legge una locandina. C’è un corso per diventare arbitri, è gratuito e, superati gli esami, promette anche una tessera per entrare gratuitamente negli stadi. Per uno che tifa Fiorentina e che, come racconta oggi, «odiava gli arbitri a causa degli ingiusti risultati negativi», è quasi una sfida. «Volevo vedere come facevano questi coglioni a sbagliare». Sale le scale della sede di piazza San Francesco, sopra la “Lazzi”, e si iscrive. Senza sapere che quelle scale diventeranno l’inizio di una storia destinata ad arrivare fino alla Serie A.
La prima lezione, però, arriva subito. «Mi resi conto che molti degli errori che imputavo agli arbitri non erano veri errori ma solo applicazione delle regole che non conoscevo». La prima gara è al vecchio campo di Tobbiana, dove giocano le giovanili del Tavola guidate da Don Maggini, parroco di Tavola. A fine partita il sacerdote entra nello spogliatoio e gli parla con una semplicità che Moschi non dimenticherà. «Si vede che è la sua prima gara. Noi abbiamo vinto e i suoi sono stati errori da principiante. Non si abbatta, vedrà che l’esperienza aiuta».
Aveva ragione. Passione, sacrifici, allenamenti. E soprattutto la scoperta che molte delle decisioni che da tifoso aveva considerato errori erano semplicemente l’applicazione di regole che non conosceva. È lì che cambia tutto. La carriera diventa così una sfida contro se stesso. Non contro gli avversari, non contro il pubblico, non contro i giocatori. «Quando gli osservatori venivano a fine gara e ci facevano notare gli errori, eravamo i primi a essere tristi, incazzati. Dentro di noi scattava la molla per cercare di migliorare». È questo, forse, il ricordo che più di ogni altro racconta l’uomo che c’è dietro l’arbitro: la voglia di migliorarsi.
Poi arrivano gli stadi importanti. La Serie A. L’esordio a Pescara, Torino. E San Siro, il derby di Milano. Entrare in campo, racconta Moschi, significava passare dall’altra parte: da spettatore e tifoso a protagonista, ma senza essere coinvolto nel risultato. Il compito era diventare il garante delle regole. «La concentrazione per cercare di essere giusto ti estranea da tutti. Ogni fischio ti dà la consapevolezza che stai facendo del tuo meglio».
Tra i tanti episodi ce n’è uno, però, che ancora oggi considera particolarmente significativo. Non è una partita di Serie A, ma una gara di Prima Categoria. Novantesimo minuto. La squadra di casa è sotto di un gol. In una mischia con una ventina di giocatori nell’area di rigore, un attaccante calcia verso la porta. Sulla linea c’è un difendente, perfettamente fermo, con le braccia lungo il corpo. Il pallone gli colpisce un braccio e finisce in angolo. All’epoca la regola prevedeva che il fallo di mano fosse punibile soltanto se volontario. Moschi decide che non lo è. Niente rigore. Calcio d’angolo. La decisione scatena il caos. La rete di recinzione oscilla, entrano i carabinieri per proteggerlo e accompagnarlo negli spogliatoi. La sua automobile viene riconosciuta e resa inutilizzabile. Per tornare a casa, alle 23, deve salire sull’auto dei carabinieri.
Eppure, anche dopo tutto questo, non cambia idea. «Ho fatto un esame di coscienza e sono sempre stato convinto che, a termine di regolamento, avessi fatto la cosa giusta». Anche l’osservatore gli dà ragione. E a fine stagione arriva la promozione. È una storia che racconta bene anche quanto sia cambiato il calcio.
Moschi ricorda un mondo nel quale gli arbitri avevano un altro rapporto con il pallone e, soprattutto, con la propria vita. Il lunedì tornavano al lavoro. Quello vero, quello che permetteva di mantenere la famiglia. Preparare una partita significava sottrarre tempo alla famiglia, ai figli, alle pause pranzo e agli svaghi. Anche le trasferte avevano un’altra dimensione. Per il derby di Milano gli venne chiesto di andare in macchina fino a Reggio Emilia, prendere l’altro assistente, proseguire insieme verso Milano e poi riportarlo indietro dopo la partita. Le spese venivano così dimezzate. Il rimborso? 250 mila lire.
E in campo c’era un rapporto diverso con i campioni. «Maradona, Platini, Antognoni, Gullit: se avevano qualcosa che non gli tornava si presentavano dall’arbitro a gioco fermo, con le mani dietro la schiena, e chiedevano spiegazioni». Rispetto, ma senza sconti. «Pretendevamo lo stesso rispetto verso di noi. E se sgarravano venivano trattati come previsto dalle regole».
Moschi guarda il calcio di oggi e vede un mondo profondamente diverso. La tecnologia, il VAR, le sette figure arbitrali, il fuorigioco valutato al millimetro. Ma anche il calcio spezzatino, le partite distribuite in giorni e orari diversi e un rapporto sempre più stretto con le esigenze televisive. «Prima si iniziava tutti alle 14.30 la domenica. Oggi, per favorire le TV, non sai più chi gioca e a che ora si gioca».
E c’è una cosa che gli manca particolarmente: la responsabilità personale dell’arbitro. «Con il VAR gli arbitri non si assumono la responsabilità, ma aspettano il VAR». È il suo punto di vista, quello di chi ha vissuto il calcio quando una decisione durava il tempo di un fischio e non poteva essere rivista da uno schermo.
Nell’album dei ricordi ci sono anche immagini che restituiscono quel calcio. Come quelle della Coppa Internazionale Armando Picchi del 1989, disputato ad agosto, con il Milan impegnato contro il Nacional di Montevideo e vinta dal Milan ai calci di rigore. Una fotografia di un’epoca nella quale il calcio italiano era già un grande palcoscenico internazionale. Moschi quella partita non la diresse: la finale fu arbitrata dal tedesco Karl-Heinz Tritschle che in quell’anno diresse la finale di Coppa dei Campioni tra Milan e Steaua Bucarest, vinta dalla squadra italiana 4-0. Ma quelle immagini appartengono allo stesso calcio che lui ha vissuto da vicino, negli anni della Serie A dei grandi campioni e degli stadi pieni.
E oggi, quando guarda gli arbitri pratesi, ritrova qualcosa di quella passione. Secondo Moschi, Prato è «all’avanguardia»: ci sono rappresentanti nelle diverse categorie nazionali, dall’élite arbitrale fino ai giovani che stanno costruendo il proprio percorso. A chi è già arrivato ai massimi livelli lascia un consiglio semplice: continuare a lavorare. «È più difficile rimanere in cima che arrivarci». A chi invece deve ancora arrivare, dice di non smettere di impegnarsi, con serietà e passione. Poi torna con la mente a quelle scale di piazza San Francesco. Quelle salite nel 1972 quasi per curiosità, da tifoso arrabbiato con gli arbitri. «Se sono arrivato io possono arrivarci tutti».
Forse è proprio qui che si chiude il cerchio. Moschi era salito quelle scale per scoprire perché gli arbitri sbagliassero. Ne è uscito con una consapevolezza completamente diversa: che dietro un fischio c’è una regola, dietro una regola c’è una responsabilità e dietro una carriera ci sono sacrifici. E che, alla fine, la partita più difficile non è mai quella contro l’avversario. È quella contro se stessi.










